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Table of Contents
                            10 - La coscienza dei doveri umani stravolta… p. 183
11 - Il «Segreto» dell’attentato Anticristico… p. 198
10 - LA COSCIENZA DEI DOVERI UMANI STRAVOLTA
Nell’assordante vaneggiare del mondo moderno, chi ormai parla più del mistero racchiuso nell’umana coscienza? Come mai sulla natura della più mirabile realtà della Creazione poco si dice di vero ai nostri piccoli? Eppure, niente è più importante e vitale per ognuno e per la società umana che riconoscere il “centro operativo” d’ogni credere, sapere e agire, ossia la coscienza di ognuno, che registra in modo indelebile le fasi della vita e il suo rapporto con la verità divina. Qui è il vero pegno di salvezza per quanti cercano di non smarrire la giusta via.
Sembra paradossale, ma questa demolizione procede proprio dalla suprema cattedra per confermare il mandato divino che deve formare tutte le coscienze nella Sua Fede. Ancora più paradossale, però, è che il mondo clericale, quasi per intero, vede la lotta nel campo “culturale”, quasi i preti potessero con la predica culturale screditare gli “slogan” che vengono dall’«alto», proprio dove il lupo si presenta come pastore per meglio addomesticare la moltitudine delle sue prede stralunate e incoscienti della propria apostasia e perdita.  Nessuna coscienza, che è nell’essere stesso di ognuno, scompare con la morte del corpo fisico cui procurò la forma viva. Poiché la coscienza, l’io dell’anima spirituale, creata a immagine e somiglianza del Creatore, non ha un principio materiale, essa non può morire, ma vive per sempre. Tutte le guerre e tutte le rivoluzioni del mondo, secolari o religiose, avvengono prima a causa delle coscienze. Si deve, perciò, aver sempre presente l’estrema importanza di riconoscersi nella propria coscienza ben formata, per fronteggiare i tanti pericoli di «alienazioni» cui è esposta specialmente nei nostri tempi apocalittici. Per l’anima spirituale, «essere» significa conoscersi (e amarsi), e così essa si costituisce come un se-stesso, un Io, una persona (Summa, Ia, Q. 77, a. 1, ad 1).
Vediamo il testo agostiniano basilare per la cultura dell’Occidente (De Civitate Dei XI, 26: essere – conoscere – amare): «In questa triplice certezza non temo alcuno degli argomenti degli accademici che mi dicono – e se t’inganni? Se m’inganno vuol dire che sono. Non si può ingannare chi non esiste: se dunque m’inganno perciò stesso io sono. Poiché dunque esisto dal momento che m’inganno, come posso ingannarmi a credere che esisto, quando è certo che io esisto dal momento che m’inganno? Poiché dunque, anche nell’ipotesi che m’inganni, esisterei pure ingannandomi, non m’inganno certamente nel conoscere che esisto. Di qui segue che anche nel conoscere di conoscermi esistente non m’inganno. Infatti, come conosco che esisto, così conosco anche di conoscere la mia esistenza. E quando avrò queste due cose (l’essere e il conoscere) aggiungo, in me conoscente questo stesso amore come un terzo elemento di non minor pregio. Né m’inganno sulla realtà del mio amore poiché non m’inganno sulla realtà che amo. Qual motivo vi sarebbe infatti per biasimarmi e impedirmi di amare delle cose false se fosse falso che io le ami? Ma poiché invece queste due cose sono vere e certe, chi vorrà dubitare che anche l’amore che le fa amare sia vero e certo? Ora, non c’è nessuno che non voglia essere, come non c’è nessuno che non voglia essere felice; ma è possibile essere felici senza esistere?»
Ammettendo l’errore, esso stesso mi porta direttamente all’essere che sono io. Solo dopo aver preso conoscenza dell’Essere-io ho conosciuto il conoscermi, cioè, ho conosciuto il mio stesso conoscere. Perciò prima dell’«io sono» c’è l’esperienza dell’Essere. Il cogito di Cartesio, volendo dare al ragionamento di Sant’Agostino maggior chiarezza, lo rovinò completamente con una deduzione che percorre la via inversa. Col dubbio metodico sono sospese tutte le evidenze naturali. Ma lo stesso dubbio non è passibile di dubbio: non posso dubitare che dubito. E se dubito, penso. Cogito ergo sum, si traduce giustamente in «penso dunque esisto» e non «sono»; poiché quel che Cartesio raggiunge con la sua deduzione non è l’Essere, ma la semplice esistenza. Il fatto esistenziale dell’errore, che consiste in un disaccordo con la realtà, conduce Sant’Agostino d’acchito all’Essere dell’io sono. La conclusione cervellotica del dubbio, secondo un «dubito dunque esisto», consistente nel non fondarsi su alcuna realtà la cui obiettività è indipendente dal pensiero (soggettivo), conduce Cartesio al regno del pensiero disincarnato da cui egli deduce l’esistenza di un soggetto pensante e fa di ciò condizione del pensiero. Così con Cartesio iniziava nel mondo cristiano il regno della coscienza antropocentrica, di un esistere senza l’Essere, di una ragione auto elevata a dea di rivoluzioni letali. In verità, la coscienza umana è nell’eterno mistero di Dio; riconoscerLo e amarLo è il suo primo dovere e tutti possono farlo col senso comune, senza complicate deduzioni del pensiero filosofico, ma inseguendo quella «ragione» dell’esistenza concernente ogni essere umano: persona creata per un fine elevato poiché dotata dal Creatore delle facoltà d’intelligenza e volontà libere, per il privilegio di conoscere il Vero, di praticare il Bene=Vero, di intendere il Bello=Bene=Vero. Il primo dovere razionale è, quindi, confessare il proprio Autore, per esserGli riconoscente della vita; dovere di risposta che è «responsabilità» personale e sociale di credere rendendo culto al Creatore di quanto è vero, buono e bello (78).
Adamo, creato nella grazia di Dio, era sempre, senza esitazioni, nel vero, mai nell’errore, o quindi nel male, perché preservato dalla grazia. Creato, però, libero, poteva non abbracciare con amore sufficiente la Verità e il Bene che è Dio, nella Sua Parola e nei Suoi doni. Da quell’ora si espose alla tentazione dell’albero della scienza del bene e del male, e quindi del vero e del falso, di modo che, conoscendo anche il male e il falso, restasse - per natura - pendente verso di essi, e quindi, esposto ad essi.
Il difetto di amore da parte dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, doveva essere colmato. Non poteva rimanere un vuoto di «bene» nella creazione divina. E lo fu con l’Incarnazione del Nuovo Abramo, Gesù Cristo, sacrificatosi per amore del Padre che ama le sue creature. Questo è il divino Sacrificio di amore che dev’essere impresso nelle coscienze perché si possa abbracciarlo con amore per esseri salvati. Questa è la missione universale affidata alla Chiesa di Dio, che sempre allontanò gli uomini dalla tentazione di imporre i propri «diritti» in nome della «auto dignità» di tale «libertà»; libertà d’ignorare l’avvertimento del Padre sul rischio letale di voler rapire quel frutto dell’albero della conoscenza ultima del bene e del male, d’accesso vietato perché umanamente impenetrabile. Solo del male si può fare conoscenza, ma a spese del bene per cui l’uomo fu creato. Il «non serviam» consistente nell’ignorare il singolo divieto divino sui frutti dell’albero della scienza del bene e del male, avviso, fu offesa e inganno fatale, a cui il Padre ci ha voluto riscattare rivelando alle coscienze la Fede, che è sacro legame con Dio. Essa risolve il dilemma apparente su cosa deve venire prima nella coscienza degli uomini, soggetti di doveri e di diritti, istruendo sul primo precetto del dovere verso Dio e la Sua Parola.
Non è forse questa la prima norma verso il vero bene dell’essere umano; quello che giustifica la sua esistenza? Alla luce di questa realtà umana, non solo spirituale, il «concetto» fondante della missione cattolica nel mondo è quel «diritto naturale» per cui il «dovere» delle coscienze verso Dio nel Decalogo universale, precede ogni «diritto umano».
L’universalità di questo concetto è storicamente riconoscibile nella celebrazione dei sacrifici, per cui miliardi di anime di ogni tempo e luogo, dai popoli primitivi ai più progrediti, hanno avuto il pensiero di tale «dovere» che s’impone e convoca ogni coscienza, naturalmente vincolata alla responsabilità umana di rispondere al Suo Creatore.
Vediamo la questione ritornando al dilemma apparente per le coscienze: Quid est veritas? La domanda di Pilato di fronte a Gesù, ripresa dagli atei e agnostici di ogni tempo, si pone nella coscienza e lì trova la sua prima vera risposta nel codice indelebile che, comune a tutti gli uomini, ci precede e trascende, indicando la direzione del bene e del male. Se quella luce è lì, vi è stata posta. Da Chi? Richiamare tale questione vitale è il compito dei maestri consacrati della Religione, insieme alla messa in guardia sul fatto che siamo liberi di accogliere la Verità rivelata, del-l’ordine dell’Essere, ma anche di ribellarci innalzando il «diritto umano» alla nostra «libertà» al disopra della verità, seguendo altre idee, indifferenti alla separazione tra bene e male, tra la via del ritorno all’eterno e la fuga prometeica nell’avventura dell’utopia.
Per il bene di tutti gli uomini, il Padre volle la Sua Chiesa per formare le coscienze con la viva memoria della Passione e morte di Suo Figlio, con la visione del suo Sacrificio di amore, affinché ognuno riconosca la realtà del male causato dall’abuso dell’umana libertà di fronte alla verità divina; abuso che consiste, nei tempi moderni, nel voler far prevalere il concetto dei diritti umani sui doveri verso Dio come fattore di bene e di pace nel-l’ordinamento umano. A tale pensiero segue la preghiera: “O Dio, che in modo mirabile creasti la nobile natura umana e più mirabilmente ancora l’hai riformata, concedici di diventare, mediante il mistero di quest’a-cqua e di questo vino, consorti della divinità di Colui che si degnò farsi partecipe della nostra umanità, Gesù Cristo, tuo Figlio, Nostro Signore, che vive e regna Dio con te e con lo Spirito Santo per tutti i secoli”.
I pensieri di bene seguono la via naturale per cui i propri diritti e libertà devono essere in funzione del Bene che ci trascende. Ecco il pegno di salvezza per quanti cercano la via alla verità di Dio. La coscienza del rapporto tra dovere e diritti nel pensiero umano, nel senso che i diritti sono in ragione dei doveri e non il contrario, è il punto di discrimine: quello che indica in ogni momento storico lo stato di salute spirituale delle persone e dei popoli. Eppure, nei nostri tempi, è proprio il contrario di tale giusto rapporto, cioè il seguito del «non serviam» originale, che si ripresenta sotto forma di crescente rivendicazione di diritti umani contrapposti e sovrapposti ai doveri verso la Verità, messi nella stessa coscienza. E poiché prevale ovunque tale «nuova pastorale» ovvero quel vacuo chiacchiericcio che pone nelle coscienze delle moltitudini i diritti umani prima dei diritti divini, si vive un tempo di degrado mentale e morale, di ingiustizia e di immoralità infinite.
A chi spetta impedire questo stravolgimento delle coscienze in nome di Dio? Ora, se per la coscienza umana la preoccupazione prima deve essere quella dei «doveri verso Dio», che devono imporsi ai «diritti umani», ciò non è specialmente vero per i pastori della Chiesa di Dio, nata proprio per il culto della Sua Volontà di bene e di amore?
Ciò va detto poiché se questo fondamentale rapporto «pastorale» è stravolto nella Chiesa stessa e proprio in nome della Fede, allora si capisce che il “non serviam” originale, dopo un intero percorso storico, si ripresenta oggi su scala globale, è la trasgressione religiosa dei falsi cristi e dei falsi pastori profetizzata per i tempi finali sotto il segno del massimo inganno e demolizione spirituale. Capire questo tetro «segno dei tempi» è insegnamento del Signore, venuto proprio per redimerci dall’empia trasgressione originale.
In rapporto al vero concetto fondamentale per ogni coscienza, ci sono nel mondo odierno essenzialmente quattro posizioni: – crederlo; – negarlo; – disinteressarsi con la pretesa agnostica che ciò non importa per la vita nel mondo; – giustificare e conciliarsi con ogni posizione anti cristiana.
La prima posizione è quella del fedele che pone i doveri verso Dio al disopra dei diritti umani.
La seconda quella dell’ateo in genere, che pone i diritti umani e la libertà di credere o di non credere come supremi valori universali.
La terza quella dell’agnostico che riduce la realtà della vita ai fatti terreni, per cui considera ogni fede un fatto personale. È questa la posizione che oggi prevale ovunque.
La quarta è quella del modernismo conciliare, della libertà ecumenista, per cui il piano divino per la Chiesa di oggi sarebbe l’omologazione di ogni posizione in vista del bene più alto, che sarebbe l’utopia di una umanità unita per la pace nell’unione del culto dell’uomo!
Tale posizione modernista, a servizio dell’unità sui «diritti umani», collima con quella agnostica su diritti e verità invertiti in un mondo che ripiomba nel paganesimo. Ha, però, l’aggravante di essere professata da chierici in pretesa rappresentanza della Chiesa di Dio.
L’operazione dell’errore è in atto: “la cui venuta dell'iniquo avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quanti si perdono perché non hanno accolto l'amore della verità per essere salvi” (II Ts. 2, 9-10).
Siamo all’operazione ecumenista conciliare che diviene così la ragione stessa della «nuova chiesa», intenta a infondere la sua «nuova coscienza» nel Cattolicesimo stesso. Infatti, la «nuova coscienza», nel piano della «nuova chiesa aggiornata» è ordinata secondo i disegni dei nuovi cristi per un cristianesimo ecumenista riconciliato con le religioni e ideologie. Gli uomini avrebbero, allora, il diritto di trasgredire le norme morali impresse nelle loro coscienze, proprio in nome della «libertà di coscienza», del «diritto» contrario alla coscienza naturale che cerca la pienezza della sua norma nella libertà ordinata da Dio.
E tale «diritto» è promulgato da «autorità» che sarebbero preposte a vincolare le coscienze all’ordine non solo naturale ma soprannaturale?
Ecco l’inversione di quanto la Chiesa ha sempre insegnato interpretando infallibilmente la Rivelazione divina e quindi il “diritto naturale”. Si può riconoscere così l’obiettivo finale dell’operazione anticristica; tutto in nome dei diritti dell’uomo che lasciano da parte i doveri verso il Padre, con la scusa di favorire in questo modo la pace in terra.
Si tratta della falsa norma che suscita nelle coscienze la rottura del vincolo vitale tra verità e libertà e tra legge e libertà; la norma anticristica dell’indipendenza rivoluzionaria del «non serviam». La tentazione della rinnovata Caduta viene da lontano, ma si è ripresentata a causa dell’e-lezione alla Sede della Verità del modernista Roncalli, divenuto Giovanni XXIII. Con lui la «nuova coscienza» fu «battezzata» velatamente nella sua «Pacem in terris». E poi, in forma esplicita nella dottrina del Vaticano II, specialmente con l’apertura a ogni agnosticismo (la religione dell’uo-mo che si fa dio), con il rifiuto della condanna all’ateismo e con l’affer-mazione secondo cui tali negazioni di Dio, dette libertà religiose, sarebbero un diritto naturale della persona umana («Dignitatis humanae»).
Poiché la Sede romana è legata all’autorità di Dio, se da essa si dichiara il diritto alla libertà dell’umana scelleratezza proprio quando gli uomini abusano della libertà, è chiaro che il potere dell’Anticristo ha varcato la soglia della Chiesa. E poiché era l’autorità della Chiesa, il «katéchon» delle Scritture, a impedire tale «delirio» si capisce il fatto tragico della sua «liquidazione». Dove s’insegnavano i doveri umani verso Dio, lì si è passati a rivendicare il diritto umano di scegliersi la religione secondo cui la dignità e la libertà dell’uomo consistono precisamente nel diritto di scegliere il male anziché il bene, il falso anziché il vero; secondo cui la libertà di cogliere dall’albero del bene e del male è non solo ammessa, ma lodata con immensa simpatia (Paolo VI).
Insomma, lo scopo confessato del Vaticano II era proprio di incorporare «i valori di duecento anni dell’Illuminismo» (Ratzinger).
Jean Guitton, che non fu soltanto un amico personale di Paolo VI, ma anche uno dei primi laici a partecipare al Vaticano II, sul cui progetto ha fornito delle notizie molto importanti, prima e dopo la sua realizzazione, pubblicò nel 1962 un «Dialogo con i precursori – Giornale ecumenista 1922-1962» (Ed. Montaigne-Paris). In quel libro egli rievoca «i precursori del periodo 1922-1962», svelando come già all’apertura del Vaticano II tutto fosse pronto per il mutamento. Scrive nella prima pagina del libro:
“Questo grande assembramento di vescovi è orientato verso l’avvenire. È una presa di coscienza della Chiesa (questa coscienza dell’Umanità) in vista di un nuovo salto verso l’avvenire. Per l’iniziativa di un papa di una semplicità geniale, che se ne ride degli ostacoli, l’avvenimento che durante questi cinquanta ultimi anni tanti spiriti preparavano senza osare sperarlo: un concilio ecumenico trova il suo viso, la sua applicazione, la sua prova. Quanto era nascosto allora nelle case si troverà manifestato sui tetti. La luce brillerà sui candelabri! L’infinito sermone sulla montagna, che è il discorso divino sull’apertura, avrà un seguito. E l’azione del Concilio, qualunque sia, sussisterà.”
Il segno dell’Anticristo è la divisione di quanto è di Cristo. Se oggi non si vede questo segno di «alienazione», pur di fronte alle evidenze elencate, la causa è soltanto nell’obnubilamento del pensiero cattolico, tarlato dal filosofismo storico e ora anche dal devastante modernismo conciliare.
Tre grandi «alienazioni» sono nelle Sacre Scritture. Nel «Segreto sul katéchon e la triplice alienazione» dicevo che la parola «alienazione» intesa appunto nel senso che le conferiscono i rivoluzionarî nella lotta contro il pensiero religioso, una volta indicato il suo giusto senso di abbandono o perdita di un valore superiore a favore di uno inferiore, aiuta a decifrare l’intero corso storico della rivoluzione umana, cresciuta e moltiplicatasi nel senso dell’inevitabile rivoluzione finale dell’Anticristo; è il termine che meglio descrive la costante della storia umana, che può far distinguere le tre tappe decisive delle grandi alienazioni nella storia degli uomini: dall’alienante ribellione originale alla Parola di Dio da parte dei primi genitori, alla «alienazione» del Verbo di Dio venuto per redimerla, da parte del Popolo eletto per riceverLo, per, nei nostri tempi, alienare la Fede unica a favore di una «religiosità più universale»!
Ciò che era l’obiettivo delle rivoluzioni profane, ora lo è per la velata rivoluzione d’aspetto cristiano.
Dietro il motto della necessità di una «nuova coscienza della Chiesa» c’è quello sugli illuministici «diritti umani», tra cui primeggia il diritto alla libertà di coscienza in materia religiosa, il diritto alla scelta di una verità soggettiva, nel senso che ognuno dev’essere libero non solo di professare, ma d’insegnare la religione o l’irreligione, che più aggrada in piena libertà di coscienza. Per opera clericale, la libertà umana è anteposta al Diritto divino; l’ultima iniquità di questi tempi apocalittici. Se non si tratta qui del «non serviam» alla Religione rivelata da Dio, del diritto umano sovrapposto ai doveri verso Dio, proclamato dalla stessa autorità che occupa la Sede istituita per essere sede della verità di Gesù Cristo? In quale modo più compiuto potrebbe il mysterium iniquitatis manifestarsi?
Stiamo così vivendo la terza alienazione, che può essere solo finale.
Dato, però, che nessuna sconfitta esterna o interna della Chiesa di Dio può avere per causa la forza dei suoi nemici, ma solo l’abbandono delle sue difese divine, la nostra generazione non può essere assolta dalla grave responsabilità di aver taciuto di fronte al Vaticano II e riverito proprio i promotori delle dottrine sulla «nuova coscienza», che si dimostrano con ogni parola e atto a servizio dei diritti umani del nuovo disordine mondiale, escludendo, naturalmente, i doveri verso Dio!
L’agere contra, che non dev’essere una controrivoluzione, ma il contrario di una rivoluzione, può solo avere per motto cattolico quanto da sempre insegnato dalla Chiesa e cercato di ricordare dalle due testimonianze episcopali del nostro tempo (82): chi professa l’empia libertà religiosa, contraria ai doveri verso la Religione di Dio, non è cattolico e nessun conclave può dargli autorità nella Chiesa di Gesù Cristo.
Il motto oscuro dei vicari dell’Anticristo
Poiché lo spirito anticristico ha il potere di sottrarci al Regno di Gesù Cristo per intrupparci nella sua orrida “massa dannata”, come la chiamava Sant’Agostino, urge capire il motto oscuro della sua manovra ribelle. Per abbattere il Cattolicesimo dalle sue radici, non potevano bastare cento riforme protestanti, né due secoli di utopismo illuministico, né decadi di terrore comunista; serviva un esoterico lavaggio gnostico delle coscienze in nome della nuova «coscienza della Chiesa» aperta anche al comunismo (83). Ecco il lungo e profondo lavoro che doveva essere preparato perché alla fine fosse “tolto di mezzo” la personificazione dell’autorità di Dio in terra, il Pontefice romano, insensibilmente “rimpiazzato” da simulacri clericali, consapevoli o meno della loro missione, ma il più verosimili possibili. A ciò concordemente tendevano tutti i piani degli illuminati, della sinarchia, dei massonici, dei teosofisti e antroposofisti di Steiner che annunciò apertamente lo scopo finale: ottenere un papa secondo la nuova cultura religiosa sincretista.
Perciò i vicari dello spirito anticristico, dell’“uomo del peccato”, sono fortemente denunciati nelle Sacre Scritture. Il Signore insiste che si stia attenti all’inganno dei falsi cristi. Dopo di Lui gli Apostoli e specialmente San Giovanni e San Paolo, accusarono la presenza tra loro dei messi dello spirito contrario al Vero e negatore di Cristo. Nel nostro tempo vi fu un vescovo che accusò esplicitamente la presenza di anticristi in Vaticano. E si noti che tutti, e non meno Monsignor Lefebvre, parlavano non genericamente di dottrine ma di persone. In quest’ultimo caso di persone investite d’autorità nella stessa Chiesa come Joseph Ratzinger.
Ecco il “complotto” finale dello spirito di perdizione. Spetta, quindi, alla fede e alla carità cattoliche approfondire i termini di questo colpo contro la Chiesa che, operato dal suo stesso interno e in nome della sua stessa autorità, mira a sottrarle moltissime anime. Ma come poteva lo spirito che anima questa operazione predatoria essere impersonato da chierici? Solo se costoro si ritenevano veri salvatori, inventando una «nuova coscienza» della Chiesa con la radicale mutazione della Fede, dei Sacramenti, della Santa Messa cattolica, della Dottrina rivelata. Questa non era il loro obiettivo finale, ma la tappa necessaria per la grande riconciliazione della Religione del Dio che si fece Uomo con quella dell’uomo che si vuole dio, come disse Paolo VI alla fine del Vaticano II.
Qui s’intende, quindi, approfondire questo grave enigma cercando di rispondere alle seguenti domande: - Quale è il motto finale della «operazione anticristica»? - Quale l’elemento per riconoscere senza confusioni lo «spirito anticristico»? - Quale l’insidia massima che permette di riconoscere quello che è chiamato «uomo del peccato»?
L’operazione demolitrice dello spirito anticristico, impersonato da uomini, mira oltre la Santa Messa e la Dottrina cattolica, perché queste mirano al fine supremo della gloria resa dai figli al Padre Eterno.
Il motto finale dell’«operazione anticristo»
Siamo al fine ultimo della creatura umana, che è il bene che il Creatore suscita nelle coscienze con la fede. Dio, infatti, rivelò di voler la salvezza delle anime, create a Sua immagine e somiglianza, per il Regno dell’immensa famiglia che renderà gloria al Vero, al Bene e al Bello. Quindi, la preghiera del Padre Nostro: Sia santificato il Tuo Nome, venga a noi il Tuo Regno, sia fatta la Tua Volontà. Ecco il “progetto divino” che il Nemico vuole annientare. Dove? Nei cuori, o meglio, nelle coscienze, perché è nella coscienza che l’uomo matura le sue azioni e le sue scelte.
Se Dio dunque si rivolge alle coscienze, questo è pure l’obiettivo finale del nemico che vuole strapparle dalla loro vitale attrazione per il piano divino sull’immortale vita soprannaturale degli uomini e sussurrò ad Eva: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo [e sancendo] il bene e il male» (Genesi 3, 5-6).
Nella sua coscienza l’uomo è attratto dalla grazia divina al Luogo della Verità, alla Chiesa di Dio, al Culto sostenuto dalla Sua Parola confermata dall’autorità del Suo Vicario e potenziato dai Sacramenti. Chiesa, Culto, Sacramenti, Papa, sono tutti ordinati a imprimere nelle coscienze quel piano di Dio per la conversione delle anime; il loro vero «bene» ultimo.
Perché insistere qui sul concetto di coscienza come termine ultimo del piano divino? Perché proprio sulla «nuova coscienza della Chiesa» verte tutta la nuova pastorale conciliare. Dalla lettura di lunghi e approfonditi studi su questa «nuova coscienza» spunta sempre la stessa domanda: la Chiesa e i fedeli devono ancora scoprire il piano di Dio per il quale sono chiamati? Può questo piano cambiare secondo i tempi storici? Non è la «nuova coscienza» proprio il Cavallo di Troia escogitato per introdurre il piano nemico dove c’era il supremo piano di Dio?
Solo sollevando il giusto dubbio, si arriva alla giusta risposta.
Infatti, la «nuova coscienza», nel piano della «nuova chiesa aggiornata» è quello della grande riconciliazione ecumenista di tutte le religioni e ideologie del mondo – che sarebbero altrettante legittime componenti del nuovo cristianesimo - anticristico.
Si può allora rispondere alla prima domanda sulla meta finale della operazione anticristica: arrivare a una «nuova coscienza» caratterizzata da una fede ecumenista, da una speranza rivolta al nuovo ordine dell’ONU, e da una carità divenuta solidarietà nella fratellanza mondialista, che fa a meno del primo comandamento del Padre, oltre a quello di non avere altri dei, altre fedi e altri culti al di fuori del Suo.
L’operazione ecumenista non fa proprio ciò? Come se Dio a ogni religione avessi rivelato un diverso credo? E non vuole forse che ciò sia proclamato – come lungamente pianificato – da autorità che vantano in terra proprio la rappresentanza di Dio stesso. Più inganno di così…
L’elemento per riconoscere lo «spirito anticristo»
A questo punto è chiaro che il primo elemento per arrivare all’identikit dell’anticristo è proprio la capacità d’inganno massimo che lo riveste come pontefice della massima falsità: della «nuova coscienza». È l’inganno che può irretire nelle sue maglie perfino dei fedeli, come profetizzato dal Signore. Qui, però, si fa avanti un gravissimo dubbio: sono questi pontefici del massimo inganno coscienti della loro opera anticristica? Come mai, insieme all’empia dottrina sulla nuova coscienza conciliare della Chiesa, esprimono momenti di tradizionale devozione, perfino secondo la Messa di San Pio V?
Occorre infatti considerare che il bene umano nelle coscienze non formate può essere confuso col bene divino. Per questo la Chiesa deve formare le coscienze. Forse che i grandi pensatori e leaders che hanno influito negativamente sui destini del mondo non lo facevano seguendo una loro idea di «bene». Perfino i massacratori, potevano essere convinti che quanto facevano era necessario per un qualche «bene» soggettivo. Il «magistero» conciliare s’impegna per la «nuova coscienza» secondo quanto considera il «bene» per tutti i popoli del mondo.
Era così anche per i comunisti: non vi è uomo assolutamente cattivo e irriducibilmente nemico del bene. Il male sta, però, nel voler sostituire il Bene rivelato con la propria idea di bene secondo la propria visione soggettiva di cosa sia il «bene» secondo i tempi storici. Ecco perché il soggettivismo riguardo al bene induce le coscienze a propugnare un «bene» a volte criminale, pericoloso specialmente in materia religiosa perché la persona si sente giustificata «in coscienza» dell’inganno che professa di fronte a Dio stesso. Se ciò riguarda i falsi cristi in Vaticano, potrebbero essi giustificarsi dietro una loro possibile «buona fede»?
Si noti, però, che questo è proprio il motto che promuovono: quello del diritto umano a professare in foro esterno la fedeltà alla propria coscienza, anche se questa è nell’errore e demenziale. Come fu allora che passarono a giustificare ogni errore? La missione dei pastori non era proprio di correggere errori e mai giustificarli? Il guaio è che hanno toccato non solo la pastorale, in cui il Papa non è infallibile, ma, con la scusa della pastorale, la dogmatica. Non è questo tradimento quello che nella Bibbia è chiamato adulterio? Se è così, però, costoro si sono lasciati tentare da un vero patto con lo spirito anticristico per divenire «salvatori» con «la propria bontà». Non sono identificabili con questo spirito, ma esso li possiede per operare l’inganno conciliare della «nuova coscienza della Chiesa».
In breve, l’Anticristo può non essere la persona di un eresiarca, ma imprime in esso il contrassegno di suo vicario per predare le coscienze con idee che allontanano da Dio. Si arriva a questo con la nuova evangelizzazione conciliare per cui il bene della Chiesa e del Culto di Dio convoca le coscienze all’animazione «spirituale» della democrazia religiosa e mondialista che fa a meno di Dio Uno e Trino nella storia umana.
È questa la via per la quale lo spirito anticristico scala il Tempio di Dio sempre di nuovo con l’inganno dell’orgoglio della «bontà» di alcuni, i quali pretendono di superare i mali umani con le «ispirazioni» della propria coscienza, senza accorgersi d’aver preso la via dell’interpellanza di Dio stesso. Di fronte a una disgrazia storica, arrivano a chiedere dove Dio si era nascosto.
L’insidia massima che individua l’«uomo del peccato»
Quindi, gli elementi più certi per riconoscere lo spirito anticristico sono più nelle opere che nelle persone degli anticristi clericali illusi dalla «propria bontà». Sono comunque personificazione dello «spirito anticristico» e perciò riconoscibili come suoi vicari e affrontati nelle loro false dottrine della «nuova coscienza della Chiesa», come se fossero l’Anticristo stesso.
Qui è importante ricordare di nuovo la testimonianza di Mons. Lefebvre, il vescovo che nel nostro tempo parlò apertamente della presenza di anticristi riferendosi a persone nella Sede vaticana. Ad Albano, di ritorno da un incontro con le autorità conciliare, e si trattava proprio del cardinale Ratzinger divenuto poi Benedetto XVI, ci diceva con un’espressione davvero turbata che costoro non avevano alcun senso della verità.
In una frase definiva il peggio di chi, non è solo un falso cristiano, ma anche un abusivo giudice della fede cristiana; un gran promotore della nuova coscienza ecumenista, quella per cui le religioni possono equivalersi nell’alleanza del «bene» per l’umanità. Eppure, malgrado ciò, è ritenuto dalle moltitudini del mondo come il Vicario autentico di Cristo! Potrebbe procedere da un vero Vicario di Cristo l’idea che il vero bene per l’umanità sia quello che erige il nuovo «bene» di una «pace» secondo le logge e le sinagoghe del mondo? Mai.
Il vero bene dell’uomo può essere legato solo alla sua natura di creatura voluta da Dio per il fine ultimo per cui fu creato; che trascende il tempo, i luoghi e le opinioni. Ciò non è né sarà mai deducibile dalle scienze umane o dalla convenienza dei potenti del mondo.
Questo bene può essere vero solo se si rifà a quello rivelato dal Creatore, che si vuole Padre e come Figlio venne a redimerci. Per confermare questa verità nelle coscienze esiste la Chiesa e la sua autorità. Quale insidia massima se essa è penetrata dallo spirito anticristico per imprimere nelle coscienze una nuova verità per la vita terrena, da sovrapporre a quella rivelata dal Padre per la vita eterna? Una falsità che è peccato senza remissione? Se San Paolo ha chiamato «uomo del peccato», chi personifica l’Anticristo, poteva non riferirsi al peccato estremo: quello contro la verità stessa? Questo peccato non è senza remissione perché contro lo Spirito Santo? Il Mistero d’iniquità finale!
Si dirà: la Chiesa conciliare non nega la verità della Fede nel Padre e nel Figlio venuto per portarci lo Spirito Santo e redimerci. No? Ma la sua negazione ecumenista non consiste, forse, nel negare che questa sia la verità dell’unica via di salvezza da trasmettere a ogni coscienza, verità che devono confermare e insegnare sempre. Insegnano, invece, il diritto alla libertà di coscienza, che si antepone alla verità della Fede, l’antitesi a questa «tesi», affinché sia l’uomo ad arrivare autonomamente alla «sintesi» di quel che è bene e male. Si ritorna così alla rapina del frutto proibito; come «diritto» delle coscienze; al «non serviam» demoniaco e anticristico, il cui esito fatale oggi è clamoroso: Il «letargo» mortale in cui durante questo lungo interregno l’autorità che conferma la fede cattolica nelle coscienze.
Se nell’ora presente pochi capiscono che con lo spirito conciliare del Vaticano II il corso della colpa umana si chiude, è solo perché imperversa proprio la grande apostasia della Verità!
L’anti-Chiesa secondo mons. Antonio de Castro Mayer
Quando furono distribuiti tra i Padri Conciliari i primi schemi del II Concilio del Vaticano, m’interpellarono: - che ne pensa; sarebbe necessario riunire un Concilio per giungere a ciò? La ragione della domanda è che gli schemi non presentavano alcuna novità. Infatti, la realtà del II Concilio del Vaticano non era quel che appariva. Era sì, nei suoi sotterranei. Sotto l’apparenza tradizionale, assicurata dalla presenza dei signori Cardinali Ottaviani, Bacci, Ruffini, Braum e altri, operava il Cardinal Bea, portavoce del Bnai-Brith giudaico e altre entità massoniche, convinti che era arrivato il momento de compiere l’opera di demolizione della Chiesa Cattolica, facendola implodere su sé stessa.
                        
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Il «think tank» teologico della rivoluzione conciliare

Siccome Angelo Roncalli aveva poco del teologo, per far avanzare le sue
idee moderniste sceglieva i pensatori di quella linea; proprio quelli della
«nuova teologia» condannata da Pio XII come pericolo incombente. Essi
avrebbero esercitato la loro influenza in modo decisivo, ma con studiata
discrezione e anche restando interdetti, come fu il caso di Teilhard de
Chardin. Ecco i nomi principali. Per l’«ecumenismo» cristiano-giudaico
Augustin Bea. Per la Liturgia don Lamberto Beauduin e poi il massone
Annibale Bugnini. Per l’evoluzione religiosa Teilhard de Chardin e poi
Hans Urs von Balthasar. Per la filosofia Henri de Lubac e Yves Congar.
Per la teologia Karl Rahner, Joseph Ratzinger e poi Karol Wojtyla.

L’avvio all’ecumenismo liturgico fu propugnato da don Beauduin con la
sua rivista «Irenikon» diretta più all’istruzione del popolo che
all’adorazione di Dio. Tale «pedagogia» ecumenista, era giunta ad
elaborare adattamenti dottrinali e aveva portato all’apostasia molti
monaci. Perciò era stata condannata da Pio XI. Ma per Roncalli: «Il
metodo buono era quello», e infatti, nota il biografo di Giovanni XXIII,
Hebblethwaite: “La sua prima lettera sull’ecumenismo cita proprio la
rivista Irenikon” («Mouvement Liturgique», abbé Didier Bonneterre,
edizioni Fideliter, 1980). Era l’avvio della riforma liturgica del «Novus
Ordo» di Paolo VI.

Ora, la continuità nella fede, palesata nel modo di pregare secondo il
concetto «lex orandi, lex credendi», è la vita della Chiesa e del Papato,
mentre la rottura di questa continuità non può che prefigurare il loro
«abbattimento». Per completare quest’«eccidio» non bastava un «Papa
rivoluzionario», ma occorreva che esso si servisse di un concilio pastorale
che fosse a un tempo il 1789 e il 1917 della Chiesa.

Il piano conciliare per l’aggiornamento della Chiesa
Ogni piano ha il suo obiettivo principale e questo è la riconciliazione
della Chiesa con il mondo moderno, quindi, con i suoi poteri prevalenti: il
liberalismo e il socialismo nel piano civile, il giudaismo e il
protestantismo ecumenista nel piano religioso. E visto che tutto ciò è
riassunto nel pensiero massonico; con la Massoneria. In tal modo si aveva
un piano globale, dal pensiero filosofico a quello politico e da infondere
nelle coscienze attraverso una nuova coscienza della Chiesa. Ma poiché
questa aveva già condannato tutte queste idee, era necessario introdurre
prima di tutto la nuova direzione nello stesso modo di pensare di modo a

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Renzo Allegri, “Il Papa che ha cambiato il mondo”,
Reverdito editore,
Gardolo di Trento 1988.
S. Schimdt, “Agostino Bea Il Cardinale dell’unità”,
Città Nuova Editrice,
Roma 1987.
“Scritti e Discorsi del Card. Angelo Roncalli”, Paoline,
Roma 1959-63.
“Sillabo” 8 dicembre 1864, prop. 38, Ds 2938. Tipografia
Poliglotta Vaticana.
Tomás Tello Corraliza, “Sombras y penumbras de la
figura Roncalli
(alias Juan XXIII)”, presso l’Autore
Wilton Wynn, “Custodi del Regno”, Frassinelli 1989.

Periodici
“30 Giorni” (n. 5, maggio 1992, p. 54. È una
“dichiarazione” del card. Silvio Oddi, al quale la
confidò lo stesso Giovanni XXIII. Da notare che questa
“dichiarazione”, la Rivista lo scrive in un articolo
dedicato a interferenze settarie nel Concilio!

Lettera da Roncalli spedita, il 13 gennaio 1959, a don
Angelo Pedrinelli, parroco di Carvico, che, come lui,
era stato professore in seminario di Bergamo, e che
fu destituito dalla sua carica da Mons. Rafini, perché
modernista - (Vedi: Hebbllethwaite, op. cit. p. 464) -
Così, Roncalli riabilitò mons. Lanzoni agiografo
modernista. Erano pure note le sue relazioni col
capofila del modernismo lombardo, Gallarati Scotti,
anche per iscritto. Anche l’introduzione del processo
di beatificazione del card. Ferrari, da lui voluta, (10
febbraio 1963), fu una specie di “scanonizzazione” di
san Pio X, il quale aveva disapprovato la condotta
pastorale del Ferrari verso il modernismo (Cfr.
“L’Osservatore Romano” del 23 maggio 1984).

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“Itinéraires”, novembre 1980, pp. 152-153, che la
riporta da: E. Pezet Chétiens au service de la Cité, de
Léon XIII au Sillon et au MRP-Ed. NEL 1965, e dalla
rivista “L’âme poppulaire, anno 60, N°. 571,
settembre 1980. Questo termine “pancristiano” viene
attriubuito al pastore valdese Ugo Janni, direttore
della Rivista ecumenica “Fede e vita”.

“Profezie di Papa Giovanni” sono state stampate dalle
“Edizioni mediterranee”, assai vicine alla Massoneria!
“Processo” n. 832, 12 ottobre 1992, citato da C. D. L.
Reporter, maggio 1995, n. 179, p. 14: «Era a Parigi
quando i non iniziati Angelo Roncalli e Giovanni
Montini furono iniziati, lo stesso giorno, agli augusti
misteri della fratellanza. Perciò, non è strano che
molte cose che sono state realizzate, nel Secondo
Concilio Vaticano, da Giovanni XXIII, siano basate sui
principii e postulati massonici».

* “L’Oecumenisme vu par un Franc-Maçon de Tradition”, Vitiano, Parigi, 1964
(con dedica “alla memoria di Angelo Roncalli…” Al Padre di tutti i Cristiani,
all’Amico di tutti gli Uomini. Al suo Augusto continuatore, S. S. Papa Paolo
VI); “Giovanni XXIII”, nel ricordo di mons. Loris F. Capovilla. Intervista di
Marco Roncalli, con documenti inediti. San Paolo, Cinisello Balsamo, 1994,
pp. 87 e 117.

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