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TitleRock Elfico
TagsEntertainment (General) Evil
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Page 2

Fabio Larcher

ROCK ELFICO
Romanzo

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— Mi dispiace — riuscì a balbettare, in fine.
L’avvocato si accarezzò la stoffa dei pantaloni con

un dito.
— Anche a me. Avrei preferito che tu mi fossi

amico; ma ognuno deve scegliere la strada che me-
glio crede.

— Mi dispiace — ripeté Paolo, alzandosi.
La conversazione era conclusa. Il ragazzo si alzò

dalla poltrona blu-notte e si diresse verso la porta.

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M
entre scendeva, ancora pieno di tur-
bamento, la seconda rampa di scale,
Paolo si scontrò con la mole di un e-
nergumeno profumato. Alzò gli occhi e
restò a bocca aperta. — Geremia!

il proprietario del Buio se ne stava là, di fronte a lui,
con la faccia pallida e stravolta. il suo viso era per-
corso dalla corrente alternata di una decina di tic. i
suoi capelli color ferro erano sporchi e scarmigliati.

— Dove sei stato, ragazzo mio?
— Ho incontrato una persona — rispose Paolo,

evasivamente. L’espressione di Geremia lo urtò. Va
bene, erano legati ormai da un rapporto semipro-
fessionale, ma giungere al pedinamento! Franca-
mente era troppo.

— chi? chi hai incontrato?
— Un discografico. o almeno così ha detto —

disse Paolo, leccandosi le labbra, a disagio. — Un
tale Apocrisario... Mi ha detto che lei gli aveva dato
il mio numero.

Geremia lo afferrò improvvisamente per le brac-
cia.

il chitarrista fu sorpreso e spaventato dalla forza
del manager.

— che diavolo fa? Mi lasci!
— Presto, portami da lui! — urlò invece Geremia,

sbavandogli addosso.
— Ma perché? Lei che cosa fa qui?
— Te lo spiegherò dopo. ora portami da “lui”.
— Non è possibile, io...
Geremia estrasse la pistola e la piantò sotto il

naso del ragazzo.
— Va bene. È nella stanza 317. Vada a bussargli.

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blu a Eurasia, dissipando anche gli ultimi dubbi
sulle proprie intenzioni.

— Tornerò, te lo prometto.
Paolo cercò di sorridere, ma riuscì solo a fare

una smorfia, come se avesse bevuto del concentrato
di limone. E con quell’espressione tremenda sulla
faccia disse:

— Sì, ma torna prima che puoi.
La ragazza sorrise e in quel sorriso stava scritto

che forse non sarebbe tornata mai. Prese con sé la
chitarra blu e si voltò verso la sfera luminosa, dove
la sua gente l’attendeva.

Fu questione di un attimo: la sfera vibrò imper-
cettibilmente; si sollevò di pochi centimetri dal suo-
lo, cambiando colore; e poi schizzò via, verso il buio
stellato, a una tale velocità che sembrò scoppiare,
sparire, rimpicciolirsi, senza che si potesse dire co-
sa le fosse successo esattamente.

Paolo restò imbambolato per almeno dieci mi-
nuti. Tristezza e sollievo si prendevano a pugni nel
suo cuore.

— Non amerò mai niente più di te/Sotto le stelle
— canticchiò sottovoce. E, purtroppo per lui, era
vero. In fine si girò e prese la strada che lo avrebbe
riportato a casa.

A metà del percorso, Paolo si scontrò con Andrea-
Lindberg.

— Paolo, vecchio mio!
— Andrea? Che cosa fai da queste parti?
— Ehm, sai, in teoria sarei in punizione. Mia ma-

dre non ha preso affatto bene il mio rientro mattu-
tino di ieri. Ma sono scappato. Non me ne importa
un accidenti. Questo è un paese libero.

Paolo lo guardò, poco convinto. Si accorse solo
allora che Donati portava l’astuccio di una chitarra
sulla spalla destra. — E quella?

— Ah, già! Quasi me ne dimenticavo. Mentre
scappavo da mia madre sono passato dal vecchio

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Plettrin. Mi ha chiesto notizie di te. Questa è la tua
chitarra, in effetti. L’ha riparata. E dice che per il
pagamento non c’è alcuna fretta.

— E perché l’ha affidata a te? Sarei comunque
passato domani dal suo negozio...

Andrea arrossì.
— Gliel’ho chiesto io. Sai, non giudicarmi una

mammoletta ma... volevo essere io a restituirtela.
— Quindi è me che stavi cercando in giro per

San Donato? — domandò Paolo, quasi commosso.
— Oh, sì! rispose Andrea-Lindberg. — Non pen-

serai mica di tornare a casa così presto, vero? An-
diamo da qualche parte, in un pub, o qualche altro
posto del genere. Magari riusciamo a farti suona-
re. La Pedullà è ancora furiosa con te e ti aspetta
davanti alla porta della tua stanza... Non sarebbe
saggio se tu tornassi a mani vuote.

Paolo scoppiò a ridere.
— Va bene! Sai, credo di essermi meritato un

goccetto, dopotutto.
Mise il braccio intorno alle spalle del suo amico

e i due si incamminarono lungo via Gramsci, can-
tando a squarciagola la canzone più buffa e più
stupida che conoscevano.

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